Storie minime – Volume 3

L’esplosione

Estratto da ‘Storie Minime 3 – Antonio Lumare’

Dal balconcino di casa sua, al primo piano di una palazzina posta di fronte alla Banca d’Italia, quali e quanti fatti non aveva Nino osservato per tutta la durata della sua prima fanciullezza, fino a quando non mise piede per la prima volta in una scuola: acque torbide e fangose che scendevano come torrenti dai “timponi” sovrastanti la vecchia “carrara”, invadendo un buon tratto della via Vittorio Veneto; greggi di pecore e capre scacazzanti le loro brune nespole ed olivine di sterco al loro passaggio; torme di cani randagi infoiati e, al pari degli uomini, incattiviti dalla fame – si era verso la fine degli anni Quaranta del secolo scorso –, a tal punto che di gatti non se ne vedevano mica tanti in giro, se non quelli appesi alle cannelle delle fontane pubbliche, lasciati lì a spurgare sotto l’acqua un certo qual non gradevole afrore felino, prima di esser messi in pentola a cuocere con molti aromi e tanto, tanto aceto. Si vedevano anche grossi e rubizzi bovari, che vendevano il latte di mucca o di capra per le strade, come certamente accadeva quasi ventisette secoli prima negli stessi luoghi della città greca, posta a circa tre metri sotto il livello della città attuale. E poi “mortizzi” e funerali Nino aveva visto in giro per la città, e matrimoni, feste e luminarie, rivolte, cariche della polizia, comizi e raduni operai, bandiere di ogni foggia e colore, ma specialmente quelle rosse che segnarono gli anni delle occupazioni contadine delle terre a Melissa e in altre zone del Marchesato, con il corollario delle sparatorie contro famiglie pacifiche e inermi di povera gente, che reclamava il diritto di vivere, e le conseguenti sofferenze e ferite nella società civile, che tanto hanno segnato il destino della nostra terra. Nino aveva occhi di bambino, che non potevano capire tutto quanto vedevano, ma potevano, questo sì, ben conservare quelle immagini dentro lo scrigno segreto e inaccessibile del suo cuore, che nel corso della sua vita gliele avrebbe restituite con un grado di comprensibilità più evidente e chiara che all’origine della loro genesi. Una domenica all’inizio dell’estate, di primo mattino, quando l’aria è ancora piacevolmente fresca, Nino se la godeva seduto sul cemento del balcone di casa. Se ne stava lì come un uccellino nel suo nido arboreo, contento solo di esistere e di null’altro fare che guardarsi intorno e vedere quello che succedeva. Non c’era anima viva lungo la strada: niente carrozze, niente biciclette, niente ragazzi, niente macchine, e sì che di queste ne circolavano proprio poche in città, una ogni morte di papa. Solo i rondoni, con il loro volo acrobatico e assordante, riempivano lo spazio aereo che Nino aveva davanti e sopra di sé, fendendolo non solo con le loro nere sagome lucenti che agitavano l’aria con le lunghe ali falciformi, mentre si abbandonavano alle loro velocissime virate, interrotte da altrettanto frenetiche ascensioni e improvvise picchiate, ma totalmente occupandolo con la sonorità incessante del loro canto. Nino amava osservare il volo dei rondoni, l’unico che gli era consentito, se si esclude quello delle lugubri e gracchianti “ciavole”, che al bambino parevano degli strani uccelli, fors’anche, s’immaginava, un po’ impediti nel loro volo da qualche difetto congenito, dal momento che le vedeva eternamente stazionare a stormi sopra i tetti delle case, che di rado lasciavano se non per qualche misterioso accidente, e sempre sciamando tutte insieme, non appena una sola accennava di abbandonare la “ciaramina” su cui sostava: un volo breve, e poi la ciurma tornava ad occupare il sicuro tetto che aveva appena abbandonato. L’attenzione di Nino fu attirata dall’apertura dell’elegante portone della Banca d’Italia, che ai suoi occhi aveva una grande importanza, perché recintata e munita di robuste sbarre di ferro e grosse lance acuminate che minacciavano il cielo. Un attimo dopo Nino vide uscire dal portone quello che gli sembrava il castellano di un antico maniero, un distinto signore in camicia bianca di lino e pantaloni scuri di grisaglia, in compagnia di una bella bambina di qualche anno più grande del piccolo osservatore, quasi una principessina d’altri tempi, dal cui ambito sociale egli si sentiva completamente escluso. Li seguì con lo sguardo finché non svoltarono oltre l’angolo del Grand Hotel, poi tornò alla sua pace. Dalla quale lo distrasse, alcuni minuti dopo, il rumore prodotto da passi brevi e veloci: un ragazzo di circa dieci anni in calzoni corti e camicia, camminava trafelato, come se fosse in ritardo per qualche appuntamento. Si infilò in una traversa che faceva angolo con la Banca d’Italia ed entrò in un piccolo laboratorio di oreficeria posto al pianoterra d’uno stabile, dove il più famoso orafo di Crotone creava i suoi piccoli ed apprezzati capolavori: il ragazzo era un suo giovanissimo discepolo ed aiutante, che anche di domenica andava a prestare la sua opera, perché aveva deciso di diventare anche lui un bravo orafo, come il suo maestro. Il suo nome era Gerardo e abitava nel rione Castello, in una piccola ala d’un vecchio palazzotto nobiliare, al piano rialzato. Viveva con la madre e molti fratelli, dei quali alcuni erano piccolissimi d’età; sicché il ragazzo era stato mandato a imparare un mestiere molto presto, pur frequentando la scuola elementare. Nino vide sparire Gerardo dentro il laboratorio e per un bel po’ si disinteressò della cosa. L’aria cominciava a scaldarsi. Tuttavia, il bambino stava ancora bene, dato che era rimasto seduto sin dall’inizio sull’impiantito del balcone, che gli trasmetteva una piacevole sensazione di fresco. Passò circa mezz’ora, durante la quale Nino s’incantò a guardare alcuni cumuli di nuvole che venivano pigramente da occidente. Ne osservò i mutamenti di forma e le varie gradazioni di colore, che tanto lo affascinavano. Ad un certo punto gli sembrò di vedere, dentro l’ammasso multiforme delle nuvole, una testa bruna di bambino. Fu allora che Nino udì una potentissima esplosione nella traversa, che lo spaventò a morte. Subito dopo vide uscire precipitosamente dal laboratorio il piccolo apprendista, che urlava tenendosi le mani sul volto. Molte finestre si aprirono, tanti scesero allarmati in strada, per verificare cosa fosse accaduto: era accaduto che mentre l’apprendista armeggiava con la fiamma ossidrica, per una fuga di gas improvvisa la bombola del laboratorio era scoppiata. Qualcuno si preoccupò di prendersi cura di Gerardo, per fortuna rimasto illeso, anche se qua e là bruciacchiato sulle mani e la faccia. Gli diedero dell’acqua, lo consolarono, infine l’accompagnarono a casa sua, dove la madre, allarmata di veder tornare il figlio così presto e in compagnia di adulti, per poco non svenne quando seppe dell’accaduto. Per tutta la vita la mamma di Gerardo non smise mai di pensare che la Madonna aveva avuto una particolare predilezione per quel suo tenero figlio, che Ella aveva, quel giorno, risparmiato per qualche sua segreta, divina speranza.

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