GENNAIO 2026

I due giudici

 

 

 

 

 

Nell’aula ci sono due giudici

uno buono e uno cattivo.

La destra e la sinistra

il sopra e il sotto

la luce e l’oscurità.

Entrambi dicono la stessa cosa.

Come fare a distinguerli?

Ci vuole una vita intera

per separare

un sorriso da un ghigno

ancora di più per interpretare una parola…

Io ti amo …

E se non fosse vero?

Se tu mentissi?

Se poi cambiassi idea?

Se ogni primavera fosse per caso?

 

 

 

Il sistema di pensiero occidentale, senza entrare in sottigliezze filosofiche, si è spesso espresso in termine di dualità con possibilità in molti casi di una sintesi finale più o meno provvidenziale.
Penso all’hegelismo, al marxismo, alla religione cattolica, alla morale, all’analisi psicologica, alla politica… E anche al giudizio spicciolo delle persone, me compreso.

Questa impostazione impone dei bivi continui e la percezione che imboccare una strada sbagliata potrebbe portare lontano dalla rotta. Per questo ognuno di noi spesso si affida a segni esteriori, sensazioni, empatia, fiducia, per cercare di aggirare gli ostacoli e fare la scelta migliore.
Di solito si cerca di stare dalla parte meno oscura, più luminosa ma siamo davvero sicuri che quello che vediamo è reale e non frutto di una nostra suggestione?

Questa poesia vuole affrontare il concetto del giudizio umano e della sua fragilità e volutamente sfuma sul sentimento più nobile e contrastante che è l’amore.

Questa parola che di per sé è un manifesto di ovvia felicità a volte, come un perfetto cielo estivo, può improvvisamente corrugarsi per l’arrivo di nuvole grigie e temporali e addirittura degenerare in odio.

Come salvarsi quindi?

 

Mi ha sempre affascinato la dottrina filosofica e spirituale indù della non dualità o dell’Advaita Vedanta.

Per essere al passo con i tempi chiedo a AI cosa ne pensa e mi dà una descrizione sintetica molto dettagliata che in parte riassumo:

 

L’Advaita Vedānta è una delle grandi correnti della filosofia indiana, ed è affascinante perché va dritta al cuore della domanda: chi sono io, davvero?

Che significa “Advaita”

Advaita” vuol dire letteralmente “non-dualità”.
L’idea centrale è semplice ma radicale: la realtà ultima è una sola, non due.

Quello che noi percepiamo come:

  • io vs mondo
  • soggetto vs oggetto
  • mente vs materia

è, secondo l’Advaita, una illusione (o meglio: una comprensione parziale della realtà).

Il problema: l’ignoranza (Avidyā)

Se è così, perché ci sentiamo separati, limitati, sofferenti?

Per l’avidyā, l’ignoranza metafisica:

  • ci identifichiamo con il corpo
  • con la mente
  • con l’ego (“io sono questo, io sono quello”)

Questa identificazione crea la sensazione di separazione e quindi di paura, desiderio e sofferenza.

Māyā: il mondo è un’illusione?

Qui spesso c’è un equivoco.
Per l’Advaita il mondo non è falso, ma relativo.

Māyā è il potere per cui:

  • l’Uno appare come molteplice
  • l’infinito sembra finito

Un esempio classico: una corda scambiata per un serpente al buio.
Il serpente non è reale, ma l’esperienza della paura sì.

Liberazione (Mokṣa)

La liberazione non è:

  • andare in un altro mondo
  • diventare qualcosa di diverso

È riconoscere ciò che sei sempre stato.

 

In due righe, l’essenza

Non sei un individuo che cerca l’assoluto.
Sei l’assoluto che ha dimenticato sè stesso.

 

Ringraziando AI per la sintesi finale auguro a tutti di scoprire prima o poi la propria identità!

 

Vostro

 

Luca Grancini 

 

 

 

 

 

  Il testo poetico ‘I due giudici’ fa parte della raccolta di poesie ‘Il bisturi dell’Anima che sarà edito prossimamente in formato cartaceo su Amazon.

Il libro sarà impreziosito da numerose immagini create dalla illustratrice Patrizia Maruzzella.

 

L’illustrazione di questo testo è stata da me prodotta con IA

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